Essere donna negli Emirati Arabi

Le donne emiratine ambiscono a contare sempre di più a tutti i livelli e a competere con i colleghi maschi. A seguito della direttiva del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Khalifa bin Zayed Al Nahyan, da quest’anno raggiungeranno il 50 per cento dei seggi nel Consiglio federale nazionale. Dopo l’ingresso nell’esecutivo di due nuove giovani ministre, con deleghe alla Gioventù e alla Felicità, si concretizza così il raggiungimento dell’obiettivo della parità di genere nell’istituzione che guida i sette Emirati. In una società globalmente interconnessa, ruoli, attitudini e stili di vita si stanno rapidamente evolvendo. Due terzi dei giovani pensa che il peso della religione nelle scelte quotidiane sia eccessivo. E le ragazze del Golfo, che indossino il tradizionale niqab o l’abaya a viso scoperto, vogliono poterlo scegliere autonomamente, acquistandolo online con la propria carta di credito o facendo shopping con le amiche. «Si assiste ad uno sviluppo costante del lavoro femminile e pertanto anche alla crescita di un nuovo bacino di utenti con un potere d’acquisto promettente», racconta a IL Patrick Chalhoub, ceo del Gruppo Chalhoub, leader nel settore del lusso, impegnato a diventare un modello a supporto dell’empowerment femminile nella regione. Eppure, dietro ai tweet, continuano a nascondersi forme di maschilismo e stereotipi patriarcali. Le emiratine al lavoro oggi sono circa 140mila contro il migliaio del 1975, ma la maggior parte continua a operare soltanto nel settore pubblico. Sebbene gli Emirati Arabi registrino miglioramenti per uguaglianza retributiva, le pratiche di discriminazione latente sono ancora diverse in ambito legale, sociale e culturale.

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